Spirito di Capri
Spirito di Capri
Le vigne di Capri

Vigne

Il vino di Capri è tornato 

Il vino dei capresi è tornato

Sulle terrazze di Anacapri e lungo la Scala Fenicia, poche famiglie hanno ripreso in mano vigne che l'isola stava dimenticando. Una storia di pietre a secco, nomi dialettali e bottiglie contate una per una.

Le cassette passano di mano in mano lungo i gradini. Pietra sotto i piedi, legno tra le dita, il peso dell'uva che tira le braccia verso il basso. Nell'autunno del 2010, sulla Scala Fenicia, l'antica gradinata che per secoli fu l'unica via tra Marina Grande e Anacapri, parenti, amici e vicini della famiglia Koch portavano a spalla la prima vendemmia di una cantina minuscola. Nessun mezzo poteva arrivare fin lassù, e nemmeno oggi ci arriva.

Chi conosce Capri soltanto d'estate fatica a immaginarla contadina. Eppure l'isola ha zappato, potato e vendemmiato molto più a lungo di quanto abbia ballato.

Una campagna sotto il salotto

Basta grattare un poco la storia di Capri per trovare la vigna. Quando nel 1901 Friedrich Alfred Krupp comprò il fondo agricolo sotto la Certosa per aprire la strada che porta il suo nome, ai vecchi affittuari, i Vuotto, lasciò il diritto di raccogliere l'uva nella parte che i lavori non toccavano. Oggi lì ci sono i Giardini di Augusto. Allora c'erano filari.

Le zone vitate avevano, e in parte hanno ancora, nomi che i capresi pronunciano senza pensarci: Migliera, la Guardia e Damecuta verso Anacapri; Villa Jovis, il Vervoto, la Maruscella e Lo Fuosso dal lato di Capri. Già nella prima metà dell'Ottocento il nome dell'isola su una bottiglia bastava a venderla, tanto che più di un mercante se ne approfittava. Nella seconda metà del secolo il turismo cominciò a prendersi lo spazio dell'agricoltura, ma intanto contribuiva a far conoscere il vino isolano a chi arrivava da fuori.

Nel 1909 Carlo Brunetti aprì ad Anacapri la Cantina Isola di Capri, dentro un ex monastero del 1683; dal 1925 si sarebbe chiamata Vinicola Tiberio. Il 7 settembre 1977 un decreto del presidente della Repubblica riconobbe la DOC Capri, una delle prime denominazioni della Campania.

Le pezze

Per capire che cosa significhi fare vino qui bisogna guardare il terreno, che quasi non c'è. Calcare, pendii ripidi, terra trattenuta da muretti a secco costruiti a mano, pietra sopra pietra, senza malta. I terrazzamenti si chiamano pezze. Sulle pendici del Monte Solaro le proprietà sono frammentate in appezzamenti che di rado arrivano a un ettaro, spesso separati da una scalinata, da un orto, da un limoneto.

Dal 2020 la legge italiana considera eroica la viticoltura che soddisfa almeno uno di questi requisiti: pendenze oltre il trenta per cento, impianti su terrazze o gradoni, oppure vigne coltivate su isole piccole. Capri li soddisfa tutti e tre.

In alcune vigne si usa ancora un sistema antico della zona flegrea, lo spalatrone, con lunghi pali di castagno che salgono fino a cinque metri. Sotto c'è la vite, sopra i limoni, intorno la macchia mediterranea. La vendemmia si fa a mano, alla Scala Fenicia nella prima settimana di ottobre, e l'uva scende o sale a spalla. Ogni cassetta ha il suo numero di gradini.

Giunchesa, ventrosa, per' 'e palummo

Il disciplinare fissa la base. Il Capri Bianco nasce dalla falanghina, che deve coprire almeno metà dell'uvaggio, insieme al greco, con la biancolella ammessa fino a un quinto. Il Capri Rosso è per almeno l'ottanta per cento piedirosso.

Sulle terrazze, però, le uve hanno anche altri nomi. I vecchi viticoltori chiamano il greco giunchesa, o ciunchesa. In qualche vigna di Anacapri sopravvivono filari di ventrosa, un'altra varietà locale. Il piedirosso è per tutta la Campania il per' 'e palummo, il piede di colomba, per il colore rossastro dei raspi. Sono parole che passano di bocca in bocca come una ricetta di famiglia, e che rischiano di sparire nello stesso modo, con le persone che le usano.

Quello che stava andando perso

Il problema non è mai stato il vino. Il problema era il tempo. Una pezza di vigna rende poco e chiede moltissimo, mentre una stanza in affitto, d'estate, rende molto e chiede meno. Così, generazione dopo generazione, molte terrazze sono state lasciate alla macchia, ai rovi, ai muretti che crollano un inverno dopo l'altro.

Anche le cantine storiche hanno attraversato anni difficili. All'inizio degli anni Duemila le cronache del vino raccontavano di una cooperativa, La Caprense, ferma in una fase di stallo, con i soci assorbiti da altri mestieri. Il Capri Blu della Vinicola Tiberio, il bianco che negli anni Novanta accompagnava le vacanze sull'isola, è rimasto fuori produzione per oltre vent'anni.

Chi è tornato a salire

La famiglia Koch è ripartita dalla sua casa sotto il Monte Solaro, raggiungibile proprio dalla Scala Fenicia. Piero Andrea Koch, laureato in filosofia e musicista, ha deciso di trasformare la vigna di famiglia in qualcosa di più di un orto. Le terrazze, ricavate nella parete rocciosa del Passetiello sul versante nord-orientale, ospitano viti di oltre cinquant'anni. La cantina sta dentro un'antica cisterna romana, con i muri spessi che tengono la temperatura costante e un vecchio frantoio ancora al suo posto. A insegnare il mestiere è stato Luigi Esposito, viticoltore caprese che quelle viti le aveva curate per tutta la vita. Il nome dell'azienda viene dalla gradinata: Scala Fenicia.

Dall'altra parte dell'isola, in via Migliera ad Anacapri, il gallerista Franco Senesi ha riportato a vigna circa mezzo ettaro di terrazze sulle falesie, coltivate in biologico. Le cura suo padre. La prima vendemmia è del 2021, i vitigni sono falanghina, greco e piedirosso, con qualche filare di aglianico e le vecchie ciunchesa e ventrosa. Al progetto Chalet Azzurro Capri partecipa anche Ciro Oliva, il pizzaiolo napoletano di Concettina ai Tre Santi. Le bottiglie sono circa tremila l'anno.

Nel 2024 anche Tiberio ha riportato in cantina il suo Capri Blu, falanghina e greco, con la vecchia etichetta che mostra l'isola vista da Posillipo e due piccole barche di legno sulla riva.

Nel bicchiere

Sono numeri piccoli. Qualche migliaio di bottiglie per azienda, mezzi ettari, pezze che si contano sulle dita. Proprio per questo il vino di Capri racconta l'isola meglio di molte parole. Dentro c'è il calcare, la salsedine che il vento porta sulle foglie, il limone che fa ombra alla vite, la schiena di chi ha portato le cassette su per i gradini.

Ordinarlo a cena, in una sera d'autunno nel centro storico, significa bere un pezzo di paesaggio che si vede dalla finestra. Per secoli i capresi hanno bevuto il vino che facevano. Adesso, una terrazza alla volta, hanno ricominciato a fare il vino che vogliono bere.