I suoni dell'isola
Dalla risacca nelle fessure del calcare alle chitarre dopo mezzanotte: una giornata passata ad ascoltare Capri, con le orecchie prima che con gli occhi.
Il primo suono non è dell'isola. Arriva dal mare, da sotto, prima che il cielo sopra il Monte Solaro cominci a schiarire: un risucchio lento contro il calcare, una pausa, un altro risucchio. A Capri l'acqua non si sente frangere su una spiaggia, perché quasi non ce ne sono. Si sente entrare nelle fessure della roccia, girarci dentro, uscire. È un respiro, e l'isola ci si sveglia sopra.
Chi ha passato qui una notte intera lo sa. Capri si ascolta prima di guardarla.
Prima delle sette
A Marina Grande il silenzio si rompe con il motore delle prime barche e con il tonfo delle cime gettate sulla banchina. Poi arrivano gli aliscafi, le voci dei marinai, i carrelli dei bagagli che saltano sulle pietre. Dal porto la funicolare sale verso il centro con il suo ronzio regolare, e in pochi minuti porta con sé il rumore del mattino fino alla Piazzetta.
Lassù, a quell'ora, si sentono soprattutto le sedie. I camerieri le tirano fuori una a una, le allineano, le battono contro il selciato per metterle in piano. Qualcuno spazza. I piccoli carrelli elettrici che riforniscono il centro storico passano sfiorando i muri, con il loro fruscio quasi educato. Le prime conversazioni sono in dialetto, rapide, fatte di nomi propri e di frasi lasciate a metà, perché chi ascolta sa già come finiscono.
Le campane e l'orologio
Sopra la Piazzetta c'è la chiesa di Santo Stefano, l'antica cattedrale dell'isola, barocca, costruita alla fine del Seicento sul sito di un convento benedettino. Di quel convento è rimasta una sola traccia, la torre dell'orologio che domina la piazza. È lei a tenere il tempo di Capri, più di qualsiasi telefono. Le ore cadono sulla piazza e si disperdono nei vicoli, le campane chiamano alla messa e per un momento coprono tutto, poi il brusio si richiude come l'acqua dopo un sasso.
Altrove l'isola ha le sue voci di bronzo. San Costanzo, la chiesa più antica, tra Marina Grande e Anacapri. Santa Sofia ad Anacapri, con i suoi due campanili. Il 14 maggio, festa del santo patrono, Capri si ascolta in un altro modo, perché la devozione ha un volume tutto suo.
Mezzogiorno nei vicoli
Nei vicoli il suono cambia scala. I muri sono vicini, gli intonaci bianchi rimandano tutto indietro e un passo diventa due. Si riconoscono i sandali dei turisti, che strisciano, e quelli dei capresi, che vanno dritti e non rallentano mai sui gradini. Da una finestra aperta escono una radio, uno scroscio di stoviglie, il soffritto che parla nella padella.
D'estate, verso mezzogiorno, il rumore degli uomini si abbassa e sale quello delle cicale, ostinato, metallico, dentro i pini e la macchia. Quando soffia il vento, gli alberi sopra la Certosa e i Giardini di Augusto rispondono con un rumore lungo, simile a una risacca senz'acqua. Nelle ore della controra, lungo le strade che vanno verso Tragara o verso il Belvedere di Cannone, si può camminare per minuti interi sentendo soltanto il proprio respiro e, molto più in basso, il mare.
Una canzone fa il giro del mondo
L'isola si è anche raccontata cantando, e spesso l'hanno raccontata altri. Nel 1934 un paroliere nordirlandese, Jimmy Kennedy, e un compositore austriaco, Will Grosz, scrissero "Isle of Capri". All'inizio del 1935 era al primo posto negli Stati Uniti da sette settimane, e nel giro di pochi anni la cantavano in inglese, in spagnolo, in francese, in svedese. Tra le prime a inciderla ci fu Gracie Fields, la cantante inglese che avrebbe scelto Capri per il resto della sua vita. La sua casa a Marina Piccola, La Canzone del Mare, negli anni Cinquanta vedeva passare Richard Burton, Elizabeth Taylor, Greta Garbo e Noël Coward. Morì sull'isola nel 1979 ed è sepolta nel cimitero acattolico.
Ma la musica caprese più vera è sempre nata in casa. Giuseppe Faiella era nato a Capri il 27 luglio 1939. Il padre aveva l'unico negozio di strumenti musicali dell'isola, il nonno suonava nella banda. Da bambino suonava il pianoforte per i soldati americani di stanza a Capri. Con il nome di Peppino di Capri avrebbe fatto ballare l'Italia con il twist, aperto nel 1965 i concerti italiani dei Beatles, vinto due volte Sanremo e inciso "Luna caprese". Il 3 agosto 2025, nel Chiostro Grande della Certosa di San Giacomo, salì a sorpresa sul palco con la band guidata dal figlio Edoardo, davanti a circa ottocento persone. È morto sulla sua isola l'11 luglio 2026, e il giorno dopo, in lutto cittadino, l'isola lo ha salutato in Santo Stefano.
Quest'estate, chi passava sotto il Castiglione, dove viveva, ha sentito un silenzio diverso.
Dopo il tramonto
La sera Capri cambia voce. Le ultime corse degli aliscafi si portano via il rumore delle comitive, e quello che resta è più basso, più lento. Bicchieri che si toccano, una risata da un tavolo all'aperto, una chitarra accordata dentro un locale con la porta socchiusa. Le canzoni arrivano a pezzi, una strofa da un vicolo, un ritornello da una terrazza.
Per quasi trent'anni, dopo mezzanotte, la voce più riconoscibile della notte caprese è stata quella di Guido Lembo. Nel 1994 aveva aperto la Taverna Anema e Core, e da allora la sua voce e la sua chitarra hanno accompagnato le notti del locale, tra "Tu vuò fa l'americano" e "'O surdato 'nnamurato". È scomparso nel maggio 2022, a 75 anni.
A Capri la musica ha sempre avuto bisogno di poco spazio. Una stanza, un pianoforte, qualcuno che conosce le parole. Nei salotti degli anni d'oro, come nelle sere di oggi intorno a Piazzetta Cerio, una canzone funziona meglio quando arriva fino al tavolo e si ferma lì, tra un piatto e una conversazione, senza chiedere a nessuno di alzarsi.
Tardi
Verso le due la Piazzetta si svuota. Le sedie tornano dentro, con lo stesso rumore del mattino ma al contrario. Restano i passi di chi rientra, qualche saluto a bassa voce, un motorino lontano sulla strada per Anacapri.
E sotto, sempre, il mare che entra ed esce dalla roccia. Era il primo suono della giornata. Sarà l'ultimo che si sente prima di dormire.







